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Meloni, la libertà di stampa e il gioco delle tre carte

Nello studio di Quarto grado, Giorgia Meloni ha parlato con Nicola Porro di missione navale Ue nel Mar Rosso, di Emmanuel Macron, delle norme sulla trasparenza della beneficenza, fino a sparare una cannonata delle sue. «Mi ha fatto sorridere la prima pagina di La Repubblica: l'Italia è in vendita», inizia la premier.

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Nello studio di Quarta Repubblica Giorgia Meloni ha parlato con Nicola Porro di missione navale Ue nel Mar Rosso. Poi di Emmanuel Macron, delle norme sulla trasparenza della beneficenza, fino a sparare una cannonata delle sue. “Mi ha fatto sorridere la prima pagina di La Repubblica: l’Italia è in vendita», inizia la Premier. “Bello tutto, ma che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Hanno messo in vendita sui siti immobiliari i siti delle nostre storiche aziende italiane. Non so se il titolo fosse un’autobiografia, ma le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no”. Nessuno di noi, si tranquillizzi, accetta lezioni di italianità, che vengano dai mass media o dalla politica. La questione è assai più complessa e tocca nervi scoperti sia da una parte, sia dall’altra.

La matassa delle libertà

Torniamo per un minutino tutti a scuola e ripassiamo la nostra Costituzione, art. 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili”.

La Repubblica ha il diritto di domandarsi se l’Italia sia in vendita e Giorgia Meloni ha il diritto di respingere “lezioni di italianità”. Il problema è un altro. Per esempio, che un giornale non è tenuto a uniformarsi alle posizioni e alle scelte del proprio editore. E ci sono giornalisti che hanno pagato cara la propria indipendenza. Come Indro Montanelli, quando il suo editore era Silvio Berlusconi. Lo sanno anche i muri delle redazioni che le lobby fanno pressioni sulla stampa e che John Elkann è un “potere forte”, anzi fortissimo. Ma un direttore, se ha la fiducia della sua redazione, può resistere ai torchi delle classi dirigenti. A onor del vero, purtroppo, nella storia del nostro giornalismo spesso, invece, si è ceduto e pubblicato tristi veline, prone ai diktat dall’alto. E poi ci sono altri problemi, parecchi, un garbuglio. Perché troppi mettono becco su questo “incidente” e inizia così un gioco delle tre carte.

La legge-bavaglio

La segretaria generale della Fnsi diffonde una nota che rimanda a un ulteriore nodo da sciogliere: “La Federazione nazionale della Stampa italiana, che sta portando avanti non una campagna politica – come da qualche parte qualcuno adombra nel tentativo di minimizzare la protesta – contro le norme bavaglio e per la dignità della professione, è da sempre al fianco di tutti i colleghi che pongono domande, qualsiasi domanda, a chiunque, anche alla premier”. Qui si comincia a mischiare il mazzo di carte e a dare per scontato che sia in arrivo una legge-bavaglio. Il cronista giudiziario del Corriere Luigi Ferrarella la intende diversamente: “L’imminente approvazione anche al Senato di una nuova norma, che delegherà il governo a vietare sino all’udienza preliminare la pubblicazione in forma integrale o per estratto (lasciando possibile solo il contenuto) dei motivi degli arresti e dei sequestri illustrati dai gip nelle ordinanze cautelari, realizzerà una legge sbagliata nella teoria e persino controproducente nella pratica per i cittadini che millanta di voler tutelare, ma non sarà una «legge bavaglio». Intanto perché è un’espressione da adoperare con pudore, in confronto sia ai bavagli e rischi a cui sono sottoposti giornalisti in Turchia o in Polonia, sia a pregresse proposte normative italiane (per esempio il ddl Berlusconi-Alfano nel 2008), che di un arresto giungevano a vietare di riferire finanche il contenuto”.

Non sono ricattabile disse la Meloni

Sull’attacco di Meloni interviene Benedetto Della Vedova, deputato del centro-sinistra: “Non lo ha fatto e ha fatto bene, ma non ricordo suoi interventi contro Mediaset dei Berlusconi o contro i giornali del gruppo Angelucci, posseduti da un parlamentare della lega”. Sul tavolo a questo punto sono calate due carte. Si tira in ballo un altro aspetto e si sposta l’attenzione dal merito al metodo. Senza contare che nell’ottobre 2022 si consumò uno scontro frontale tra il Cavaliere e l’allora leader di FdI, quando al Senato lui scrisse di lei su un foglio: “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”.  Meloni replicò con una rasoiata: “Mi pare che tra quegli appunti mancasse un punto e cioè non ricattabile”.

I finanziamenti pubblici all’editoria

La Repubblica oggi è in edicola con un titolo a caratteri cubitali: “Voglia di censura”. Seguono sette pagine introdotte da un articolo di Matteo Pucciarelli. Leggiamo uno stralcio. “Al di là dell’attacco della presidente del Consiglio a un giornale utilizzando il diversivo di ciò che fa o non fa il suo editore, l’esecutivo non nasconde la propria insofferenza verso i media. A maggior ragione se non compiacenti. Si occupa di quel che si può (la Rai), oppure si riducono fondi e contributi all’editoria. Un settore in crisi a causa di vari fattori di mercato, ma che ha un ruolo fondamentale per ogni democrazia avanzata e perciò andrebbe tutelato. Quindi, per adesso, non è stato rifinanziato il Fondo straordinario per l’editoria. Parliamo di un centinaio di milioni di euro in ballo. L’obbligo di pubblicità legale sui quotidiani è appeso a un emendamento di FdI, perché il nuovo codice degli appalti prevede che basta farlo sul sito dell’Anac. Una scelta –si racconta – caldeggiata da Matteo Salvini e che varrebbe 120-130 milioni di euro di perdita secca per i quotidiani”.

La terza carta

Cala la terza carta e il gioco è fatto: si è persa per strada la domanda che invece molti noi lettori ci facciamo, vale a dire: perché l’Italia sarebbe in vendita? Giorgia Meloni non ha argomentato con fatti precisi la sua contestazione, i mass media hanno preso la palla al balzo per difendersi da una congiuntura sfavorevole. Badiamo bene, tutte le questioni evocate hanno un peso importante e si potrebbe pensare che togliere i soldi pubblici ai giornali basterebbe per metterli a tacere, relegandoli a fogli per una nicchia. Questa a nostro parere è una vicenda che insegna a farsi domande sulle ragioni e sui torti degli uni e degli altri. E a essere intellettualmente indipendenti sia dal Governo, sia dai mass media.

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1 commento

  1. […] Meloni, la libertà di stampa e il gioco delle tre carte Continua lo sfruttamento su Michael Jackson, con un biopic che lo spreme come un limone in nome del fatturato! E, in stile “Tale e… Taylor Swift a San Siro, biglietti del concerto a 50mila euro. Tommaso Zorzi: “io non li ho pagati”. Grande! Svolta epocale: Netflix approda nel mondo dello sport, ma non si tratta di calcio… Salvini sì, Salvini no, Salvini gnamme… se famo du’ spaghi (video) […]