Il Parlamento ha approvato il decreto Carceri, già convertito in Senato, con 153 sì, 89 no e un astenuto. Ma al termine di una giornata accidentata e scossa da vari nervosismi. Esplosi in prossimità delle operazioni di voto, quando si apprende di un incontro in corso tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la premier Giorgia Meloni per «illustrare misure contro il sovraffollamento».
L’opposizione si inalbera: «Mentre votiamo il decreto carceri, Nordio non è in Aula ma discute di emergenza carceraria a Palazzo Chigi». Chiara Braga, capogruppo pd, esige «una informativa urgente di Meloni in Aula».
Si sollecita il presidente della Camera Lorenzo Fontana a convocare i capigruppo per farsi promotore di «un’azione riparatoria per questo schiaffo al Parlamento che evidentemente per il governo non vale nulla». Fontana garantisce: «Il Parlamento è centrale, serve responsabilità».
Il guardasigilli prova a calmare le acque: l’incontro con Meloni «è avvenuto nell’ambito della consueta interlocuzione, su richiesta della premier e alla presenza di Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Ha avuto come oggetto una programmazione futura che, ovviamente, non intende in alcun modo interferire né sovrapporsi con i lavori in corso presso il Parlamento sovrano. Chiederò un incontro al presidente della Repubblica Sergio Mattarella sull’emergenza sovraffollamento». E aggiunge: «Il governo procederà alla riforma della custodia cautelare, auspicando che le opposizioni non facciano barricate».
Questo episodio è l’apice di una giornata di lavori incandescente. A partire dall’ordine del giorno che vede primo firmatario il pd Marco Lacarra, mirato a evitare che i figli piccoli vivano in carcere con le loro madri. Il governo dà parere favorevole e un deputato forzista, Pietro Pittalis, firma l’odg. Ma quando la deputata leghista Simonetta Matone prova a fare lo stesso, Lacarra rifiuta: «In commissione, sulla stessa proposta, si è più volte espressa in modo contrario».
Il nodo delle madri in carcere
Quindi si discute l’emendamento della Lega per rendere facoltativo il rinvio della pena per detenute incinte o con figli sotto l’anno di età. Matone si rivolge in preda alla collera alle opposizioni: «La Lega voleva proteggere le donne dei campi nomadi sfinite dalle gravidanze e sfruttate. E voi ci siete mai stati in un campo rom, magari con il tacco 12?».
Maria Elena Boschi di Iv: «La vostra norma ne cancella una del 1930 che era più garantista». Laura Boldrini, del Pd, accusa Matone di «accuse sessiste e razziali». Debora Serracchiani (Pd): «Quando porterete in Parlamento le leggi razziali?». Matteo Salvini posta sui social la notizia dell’arresto di una «borseggiatrice sempre incinta» e commenta: «La sinistra ci attacca perché vogliamo tenere in carcere queste delinquenti».

Il “salva-Toti”
Ancora un incidente sull’ordine del giorno di Enrico Costa, di Azione, per rivedere le norme sulla custodia cautelare. Pd, Avs e M5S attaccano a testa bassa: «Ecco il salvaToti, il salva colletti bianchi, ecco lo scudo penale per i governatori che voleva Salvini». Il governo riformula e l’odg, più generico, passa con i voti di FdI, FI, Lega, Noi moderati, Iv e +Europa, oltre che di Azione.
Il bilancio per Tommaso Foti di FdI è: «Più sicurezza, certezza della pena tutela alla forze dell’ordine. È finita l’era degli indulti cari alla sinistra». Elly Schlein demolisce l’azione di governo: «La furia punitiva acceca la maggioranza, che non fa nulla contro il sovraffollamento, mentre introduce oltre venti reati nuovi».

















