Un vertice in Alaska trasformato in scenografia da spot. Luci, bandiere, sorrisi calibrati per le telecamere. Ma dietro la patina del “grande incontro”, resta un vuoto che brucia: quello dell’Europa.
Il marketing della geopolitica è ormai un genere autonomo. Non conta cosa si decide, conta cosa si mostra. E questa volta, la messinscena ha avuto un pubblico privilegiato: Vladimir Putin. Lì, a distanza, ha potuto osservare un’Europa ridotta a spettatrice, incapace di esistere come soggetto politico, frammentata in mille rivoli.
Mentre si celebrava la “grande riunione”, il messaggio implicito era quasi grottesco: l’Occidente parla con due voci. Quella americana, forte e chiara. E quella europea, che si confonde nel brusio di Bruxelles.
La domanda è inevitabile: a cosa è servito l’incontro? Forse non a discutere davvero di strategie globali, ma a ribadire — agli alleati e soprattutto ai nemici — che l’Europa è più concetto geografico che realtà politica. Una cartolina, più che un attore.
Il risultato di questa diplomazia di facciata è stato chiaro: una pioggia di missili su Kiev.
Così è successo ancora una volta, a partire da ieri mattina alle tre: una raffica di 28 ordigni balistici e ipersonici — i Kinzhal, armi che viaggiano a velocità tali da rendere quasi inutile ogni difesa.
“Gli intensi attacchi su Kiev dimostrano chi sta dalla parte della pace e chi non ha intenzione di credere nel percorso negoziale. I nostri pensieri vanno al popolo ucraino, ai civili, ai familiari di vittime inermi, tra cui bambini, degli insensati attacchi russi”, ha dichiarato la premier Meloni.
Un bilancio che continua a crescere: 18 vittime in un solo raid, altre ancora nelle ore successive, con quartieri sventrati e civili sepolti dalle macerie. La tragedia si ripete, e con essa la sensazione che le parole europee non abbiano peso.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la Casa Bianca ha scelto la consueta formula glaciale: Trump “non è contento” ma “non è sorpreso” degli ultimi attacchi, ha detto la portavoce. Una frase che sembra un referto clinico, più che una presa di posizione politica.
E così, la guerra in Ucraina diventa lo specchio crudele dell’irrilevanza europea.
Un continente che si commuove, che dichiara, che denuncia, ma che non incide. Ogni bomba che cade su Kiev è un promemoria: il peso dell’irrilevanza non è teorico, si misura in vite umane.
L’Europa parla di pace, ma non ferma la guerra. E in Alaska, semplicemente, non c’era.