Home CRONACA Trump ci tassa. Noi che facciamo, ci mettiamo a piangere nel prosecco?

Trump ci tassa. Noi che facciamo, ci mettiamo a piangere nel prosecco?

Donald Trump ha deciso che i prodotti europei devono costare di più. Dazi del 20% su tutto. 25% sulle auto. Un colpo secco, senza avviso, in pieno stile America First.

Tradotto: per gli americani comprare roba italiana sarà più caro. E quando una cosa costa di più… o sei irresistibile, o resti sullo scaffale.

Se esportiamo meno, produciamo meno. Se produciamo meno, lavoriamo meno. E a quel punto, il danno non è geopolitico: è personale.

Allora che si fa? Ci sediamo e aspettiamo che passi? O ci svegliamo?

Prima cosa: smettiamo di inseguire chi ci sbatte la porta in faccia. Non esistono solo gli Stati Uniti. Ci sono mercati enormi che sognano il Made in Italy, e sono pure stufi di sentirsi la ruota di scorta. Brasile, India, Corea, Indonesia. Paesi dove la gente vuole vivere come noi, mangiare come noi, vestire come noi. Basta solo arrivarci.

Poi, inutile girarci intorno: vendere oggi è più semplice che mai, se sai come si fa. Hai un prodotto figo? Raccontalo bene, spingilo online, crea desiderio. Non serve un distributore a Houston. Serve un e-commerce ben fatto e un’immagine che spacca. La nuova via della seta passa per il digitale, non per l’ambasciata.

E già che ci siamo, diciamocelo chiaro: l’Europa non può continuare a farsi colonizzare digitalmente. Ci lamentiamo dei dazi, ma intanto lasciamo che tutto ciò che vendiamo, pensiamo e sogniamo passi dai filtri algoritmici delle Big Tech americane. YouTube decide cosa vediamo.
Amazon decide cosa compriamo. Meta decide a chi parliamo. E TikTok – che americana non è, ma il discorso non cambia – decide come ci dobbiamo sentire.

Le Big Tech

Se vogliamo davvero contare qualcosa, dobbiamo iniziare a tassare le Big Tech come si fa con qualsiasi altra multinazionale. Oppure, meglio ancora, costruirci delle piattaforme nostre. Spazi digitali europei, italiani, che non si basino sulla dipendenza tossica da like, trend finti e influencer fusi di cervello. Piattaforme che promuovano cultura, artigianato, idee, non solo balletti e neuro-marketing. Non possiamo continuare a suonare il mandolino mentre la Silicon Valley ci lobotomizza l’identità.

Lo Stato? Deve fare il suo

E no, non con una task force di burocrati in doppiopetto. Chi esporta e ora è nei guai ha bisogno di soldi veri, accesso veloce, meno rotture.
Serve un piano anti-dazio, semplice, veloce, efficace. Non una linea guida di 80 pagine in PDF.

Nel frattempo, possiamo anche iniziare a comprarci più roba nostra. Per una volta, consumare italiano non è solo patriottismo. È buon senso.
Ma serve che il prodotto sia buono, bello, credibile. Non il solito cotechino impacchettato male.

E poi l’Europa. Non possiamo aspettarci che Bruxelles ci salvi. Se c’è da trattare, trattiamo. Se c’è da battere i pugni, battiamoli. Ma basta fare i bravi ragazzi. In questa partita si gioca sporco. E noi, se non altro, sappiamo cucinare meglio.

Alla fine, resta una regola sola: se quello che vendi è unico, la gente lo compra lo stesso. Con o senza dazi. Se invece sei uno dei tanti, ti schiacciano come un bottone sbagliato in homepage.

Trump ci ha alzato il prezzo? Noi alziamo il livello.

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